Berlusconi e la questione femminile

Di Francesco Galofaro

Scrivo questo intervento sull’onda del dibattito che ha preceduto e seguito la manifestazione delle donne del 13 febbraio, in particolare sul Manifesto e Liberazione. Diversi sono stati gli inviti agli uomini perché palesassero il loro punto di vista sui motivi per cui il desiderio sessuale maschile è ancora legato a ruoli gerarchici e di dominio. Anche su Alfabeta2 abbiamo letto l’intervento di Fausto Curi. Vorrei aggiungere qualche elemento di riflessione senza raccogliere una qualche bandiera; la misura in cui queste mie osservazioni riflettano anche l’opinione di qualcun altro non è affar mio.

E parto da una vicenda che credo abbia colpito molti italiani: qualche tempo fa il nostro presidente sostenne che non si doveva lasciar morire Eluana Englaro perché ancora in grado di avere figli. Cito quell’infelice dichiarazione perché è utile per cogliere il lato biopolitico dell’atteggiamento presidenziale nei confronti dell’altra metà del cielo. Ricordo che, con Foucault, la biopolitica tende a realizzare un ordinamento sociale considerato “naturale”. In questo modo, il potere fonda anche se stesso nella natura, e chi lo combatte si pone da sé “contro natura”. Biopolitica è la distinzione in uomini e no, dove i non-uomini sono gli operai inglesi del XIX secolo; negli USA, gli indiani ed i negri; nella Germania e nell’Italia nazifasciste, gli ebrei – è la herrenvolk democracy di cui parla Losurdo. Biopolitica è anche la classificazione degli umani in caste: nella società indoeuropea, la tripartizione tutta maschile tra sacerdoti, guerrieri, contadini. Biopolitica è la divisione in classi, la stratificazione sociale: quella rappresentata dai diversi spazi negli scomparti dei treni e nelle sale d’attesa; quella che impedisce a gran parte degli abitanti del pianeta l’accesso ai saperi e alle tecnologie dell’informazione; quella che nega dignità e diritti umani agli extracomunitari.

Si tratta di gerarchie. Ricordo con Hjelmslev, l’oscuro principe spinozista, che le gerarchie fondano su differenze come quelle descritte, e sono i “sistemi di produzione” del significato. Questo mi porta alla domanda: in che modo peculiare gli scandali del premier cui assistiamo in questi giorni possono essere considerati “biopolitica” al lavoro? Per rispondere, è d’obbligo rispolverare un classico: Le strutture elementari della parentela di Lévi-Strauss. Secondo il grande antropologo francese, in ogni società, antica e moderna, capitalista o feudale, lo scambio di donne serve a cementificare, attraverso il matrimonio, rapporti di potere tra clan, famiglie, gruppi sociali – è il motivo del tabù generalizzato dell’incesto. Il ruolo che la biopolitica ha da sempre assegnato alla donna è quello di moneta sonante per questi scambi.

Ora, riflettendo sul ruolo di alcuni tristi procacciatori di donne, non riconosciamo forse le stesse modalità dello scambio? Un imprenditore, o un parlamentare, mi segnala una ragazza, ed io, il talent-scout, la faccio lavorare in una televisione privata. In questo modo creo una relazione di potere, e il potere circola nella società: dal potente all’agente, dall’agente all’autore, e viceversa. Se il nostro sguardo si limita a mettere a fuoco i personaggi, Berlusconi, Fede, Mora, Ruby, non si coglie la struttura del dramma, una struttura che permette al potere di circolare come un fluido, ma che in un certo senso prescinde dall’identità specifica dei protagonisti della vicenda. È la stessa struttura che ha riguardato il sindaco bolognese Del Bono, condannato proprio in questi giorni, e sul quale è ancora aperta una inchiesta volta a stabilire chi e perché riempiva il bancomat che ha donato alla sua amante Cinzia Cracchi. È la stessa struttura che molti di noi vedono realizzarsi sotto i propri occhi, negli uffici pubblici, in azienda, o all’Università – dove le donne non mostrano un esercizio del potere significativamente diverso rispetto a quello maschile.

Gli esseri umani, maschi e non solo, sono al tempo stesso i terminali delle relazioni di potere e le vittime. Perché, in quanto istituzione, il potere è allo stesso tempo sociale e mentale. Così le relazioni di potere della fabbrica – il direttore, il capoufficio, il colletto bianco, il capo-reparto, la tuta blu, il precario – sono interiorizzate ed impresse nelle menti dei lavoratori come un marchio ideologico; lo stesso avviene negli uffici pubblici e con le gerarchie universitarie, contro le quali tutti mugugnano senza che nessuno si impegni a rifiutarle seriamente. Allo stesso modo l’equazione tra donna, oggetto di valore e moneta di scambio ci è stata imposta fin da bambini.

Ne parlai direttamente con Julia Kristeva, qualche anno fa, quando venne a Bologna a presentare i suoi lavori sul genio femminile: mi disse che maschile e femminile non sono due categorie biologiche, ma linguistiche, psicanalitiche e culturali. Dunque: non solo anche le donne – le parlamentari che vendono il proprio voto e le ospiti dell’Olgettina che scandalizzano Curi – hanno introiettato le relazioni di potere che gli uomini hanno saputo creare nei millenni; soprattutto noi uomini possiamo e dobbiamo combattere le gerarchie entro cui il potere vorrebbe relegarci stereotipicamente, se abbiamo una dignità e se apprezziamo la libertà.

Da molte parti, nel Paese, si leva una domanda di etica, che è riduttivo far coincidere con un rigurgito di puritanesimo. È la richiesta di una politica che non si intrecci con favori, con affari, che si tratti dei lavori del G8, della ricostruzione dopo il terremoto, della casa venduta a prezzo stracciato al politico di turno, dei furbetti del quartierino e dei loro rapporti veri o presunti con Piero Fassino e con Giovanni Consorte – si veda la recente condanna dell’ex governatore Fazio. È domanda di etica quella riguardo agli incidenti sul lavoro; è domanda di etica quella riguardo ai testamenti biologici. Ora, la base della responsabilità, etica e giuridica, è la scelta. Se non ho scelta, non sono libero, e se non sono libero, non sono responsabile delle mie azioni. Al contrario, la risposta berlusconiana è la costituzione di una struttura di potere che sollevi ciascuno dalle proprie responsabilità morali, dal fardello di dover scegliere. Lungi dall’essere colpevolizzante, una struttura come “Tutti gli uomini sono porci” è in realtà assolutoria – o autoassolutoria – perché nega la responsabilità individuale nelle scelte rispetto alla propria condotta. Bisogna che siamo prima di tutto noi uomini a rifiutarla, o la questione si sposterebbe fatalmente dal dominio dell’etica a quello dell’etologia – è proprio questo che fa la biopolitica: opera uno spostamento dalla cultura alla natura. Se siamo tutti così e non c’è nulla da fare, di che cosa ci scandalizziamo? Se tutti in situazioni simili a quella di Berlusconi si comportassero necessariamente come lui, perché prendersela tanto?

Ma le cose non stanno in questo modo. C’è spazio per le scelte individuali e occorre rivendicarlo. Non è vero che “siamo tutte/tutti uguali”. Siamo tutte diverse e diversi: in questo consiste la vera uguaglianza, quella che fonda il valore inestimabile di ciascuno di noi, la nostra insostituibilità. Alcuni tra noi uomini perseguono uno sciovinismo autocompiaciuto, o vi si adeguano perché vogliono credere che non vi sia altro da fare; altri, non certo privi di difetti, perseguono l’obiettivo di autocorreggersi perché credono nella perfettibilità morale e sociale dell’umanità.

Redazione di Alfabeta2