Un nuovo welfare per i nuovi lavori
Di Roberto Ciccarelli
Da Il Manifesto
Il paese dei giovani che per il governo «soffre di inattitudine all'umiltà» è da almeno 5 anni intrappolato nel lavoro temporaneo, poco qualificato e a basso salario e rischia di restare a lungo inattivo. Per il sociologo del lavoro Massimo Paci, già presidente dell'Inps dal 1999 al 2002, uno dei massimi studiosi italiani di riforma del Welfare, la situazione è drammatica e deve essere affrontata con una riforma di portata epocale.
«Solo cinque anni fa - afferma - pensavamo che il lavoro atipico non fosse una sciagura, ma un'occasione per disegnare un modello diverso di società del lavoro. La nostra convinzione è stata aggredita dalla crisi globale, oltre che dalla drastica riduzione delle prospettive di sviluppo del lavoro dei giovani e dei padri di famiglia con un lavoro stabile. Quando parlo oggi con gli studenti, mi dicono di volere un lavoro e un sostegno generalizzato al reddito. Vogliono una scuola e un'università di qualità, ma sono costretti a difendere il minimo delle garanzie per sopravviere. Pochi anni fa questo sembrava scontato. Oggi non lo è più».
Il presidente dell'Inps Antonio Mastropasqua ha detto che «se dovessimo dare la simulazione della pensione ai parasubordinati rischieremmo un sommovimento sociale». Come lo interpreta?
È un grido di allarme. Quello che i parasubordinati hanno messo in cassa non gli darà una pensione minimante pari al loro reddito attuale. Ma questo è un dramma che investe anche chi ha un lavoro fisso e versa da sempre i contributi. Rientrando nella riforma Dini del 1995, anche loro avranno una pensione inferiore rispetto a chi ha usufruito delle norme precedenti. Quando ho presieduto l'Inps anch'io ho detto la stessa cosa. Già allora dalle simulazioni risultava che i giovani che hanno iniziato a lavorare dopo il 1995 sarebbero andati in pensione con il sistema contributivo. Nel 2035 la riforma andrà a regime e capiremo che questa situazione non riguarderà solo i parasubordinati, ma tutte le forme di lavoro. Un lavoratore autonomo avrà meno del 40 per cento del suo ultimo reddito, i dipendenti subiranno una decurtazione del 25 per cento. La riforma è stata voluta dal governo Prodi per salvare la cassa delle pensioni. Trovo però che la sua formula oggi sia economicamente punitiva.
Esiste una ragionevole soluzione per queste disuguaglianze?
Bisogna rafforzare le forme tradizionali di difesa del reddito, istituire un reddito minimo per chi non ha un lavoro fisso, estendere l'indennità di sostegno al reddito e alla disoccupazione agli atipici e ai precari. Bisogna pensare ad una pensione minima garantita per chi ha lavorato da precario e si trova sul lastrico. E poi ad una pensione standard uguale per tutti finanziata dallo Stato che elimina i mille rivoli della spesa assistenziale e dà vita ad una fascia di sostegno al reddito per chi ha più di 60 anni. Prevedere inoltre un salario minimo come vuole Obama negli Usa, dove non si può lavorare a meno di 12 dollari all'ora. Non si può continuare a legiferare per compartimenti e la contrattazione collettiva ne deve tenere conto. Dobbiamo invece adottare una prospettiva incentrata sui diritti individuali capace di promuovere la realizzazione dei cittadini senza però smantellare le conquiste delle lotte degli operai organizzati. Per fare questo si può erogare un'indennità universale di disoccupazione che può essere destinata al lavoratore stabile come al giovane disoccupato. Quest'ultimo potrebbe cosi beneficiare di una cifra che non ha la stessa portata del lavoratore capo di famiglia. Tutti i paesi europei hanno questa «indennità di disoccupazione dedicata» tranne l'Italia e la Grecia.
Come spiega questa assenza?
Perché il sindacato si è occupato dei lavoratori fissi. La sua battaglia ha creato un'indennità di natura assicurativa e contributiva che i lavoratori finanziano insieme ai loro datori di lavoro. In Italia lo Stato è poi intervenuto integrando con propri fondi le casse della disoccupazione, ma non ha creato norme universali che coprono tutti i lavoratori a tempo determinato. Spero che la marea montante del precariato lo spinga ad affrontare questo problema con maggiore efficacia.
Ha messo una pezza allargando le maglie della disoccupazione dei braccianti che si chiama «indennità a requisiti ridotti» estendendola ai supplenti della scuola. Ma si tratta di un'indennità irrisoria che inizia un anno dopo la fine dell'insegnamento e viene erogata in maniera proporzionale al numero dei giorni lavorati. Nulla a che vedere con il regime universale che esiste in Francia o in Germania. Lì nessuno aspetta un anno e l'indennità scatta immediatamente.
Sarà mai possibile una vera riforma del Welfare in Italia?
Per fare una simile riforma è auspicabile che le opposizioni ritrovino un'unità politica anche se ho l'impressione che siano in disfacimento. Il nostro paese si trova ancora in una fase predemocratica. C'è bisogno di una lunga fase di gestazione culturale prima che una democrazia riesca ad attecchire. A noi non sono bastati 60 anni per costruirla. Ho il timore che la classe politica non se ne renda conto e non abbia il minimo interesse per farla progredire. Il rischio che stiamo correndo è così grande che dobbiamo preservare le forme democratiche stabilite dalla costituzione e dalla resistenza. È a quello spirito che dobbiamo tornare

