La società che non vede
di Andrea Morniroli
Fonte: la Repubblica Napoli, 9 luglio 2011
Qualche giorno fa “l’Associazione transessuali Napoli” ha denunciato le continue violenze che vedono come vittime le persone trans che si prostituiscono in strada. Un fatto non nuovo, ma che negli ultimi mesi ha assunto dimensioni allarmanti, non solo per il numero di aggressioni, ma anche per la cattiveria e la violenza di tali episodi. Botte, insulti, rapine, abusi di varia natura si susseguono rendendo la vita in strada ancora più dura e difficile da sopportare.
Qualche tempo fa, una mia amica trans mi ha detto: "Maledette le sale bingo! Da quando le hanno aperte per molti ragazzotti noi trans siamo diventate i bancomat a cui si vanno a prelevare i soldi per poi giocare oppure le vittime ideali a cui rubare i soldi per recuperare le perdite".
Riporto questa frase perché mi pare importante richiamare alla necessità, quando si parla di sicurezza, di guardare al tema non con uno sguardo strabico, cioè dal solo punto di vista della normalità, ma anche da quello delle persone in difficoltà, che per un motivo o per l’altro si trovano a vivere in contesti di disagio, rischio e marginalità. Per altro, va ricordato, le persone adulte che si prostituiscono per la legge italiana non commettono alcun reato e quindi devono essere tutelate nella loro integrità fisica e morale, nonché nella loro dignità.
Non sono questioni che riguardano le sole transessuali. La stesso discorso si può fare allargando lo sguardo a tutte le altre variegate umanità che vivono per scelta e per necessità il mondo della strada. Un mondo che va allargandosi in maniera sorprendente, vuoi per le povertà sempre più estremizzate dalla crisi economica, vuoi per le spinte politiche che tendono a marginalizzare ed escludere ogni forma di fragilità e differenza. E' un universo di uomini e donne, di tutte le età, che spesso è completamente negato, non solo in termini di diritti ma anche nella stessa possibilità di essere considerato parte integrante delle nostre comunità. Sono persone innominate o nominate a sproposito. Sono persone che spaventano e che non vorremmo neanche vedere perché, come la spazzatura per le strade, ci ricordano che c’è qualcosa che non va in un modello economico che riconoscendo come unico valore il profitto, in suo nome sacrifica tutto e tutti, trasformando in merce le persone, il loro ambiente e i loro saperi.
Sono universi potenzialmente intrisi di forti rischi di conflitto e insicurezza ma che non possono essere governati con i soli approcci securitari, repressivi o istituzionalizzanti. La deriva penale che ha cannibalizzato gli interventi preventivi e sociali va fermata prima che nella percezione di tutti, ad esempio, si stabilizzi l'idea che il problema non è la povertà ma i poveri in quanto tali.
Da questo punto di vista ho apprezzato che nella sua giunta il sindaco De Magistris abbia voluto connettere in modo stretto “la sicurezza con i diritti” e che l'assessore al ramo abbia subito dichiarato di essere contrario a logiche che prevedono la militarizzazione del territorio o a derive che pensano al recupero della città attraverso la definitiva dispersione e cancellazione di centinaia di vite già precarie e colpite duramente.
Per tali ragioni come operatori sociali e sanitari che da anni lavorano in strada con le differenti marginalità urbane, in un faticoso tentativo non solo di farsi carico delle persone ma anche della mediazione dei conflitti e della prevenzione di forme diffuse di illegalità, chiediamo agli Assessori Narducci e D'angelo (rispettivamente delegati ai “diritti e sicurezza” e alle “politiche sociali”) di aprire in modo congiunto un tavolo permanete con tutte quelle esperienza e soggettività, del pubblico e del privato sociale, che svolgono in strada lavori di prossimità, riduzione del danno, prima accoglienza e mediazione del conflitto.
Quello della sicurezza è un terreno delicato. Vanno trovati equilibri capaci di affiancare gli interventi repressivi e di recupero della legalità con quelli tesi a diffondere nel territorio presidi di inclusione e cittadinanza. Per una Amministrazione costruire sicurezza significa trovare la forza e l’intelligenza per riuscire a far confrontare in luoghi condivisi la cosiddetta normalità con la differenza. Far dialogare in un reciproco ascolto chi è spaventato e chi è causa di tale paura. Non si può, in altre parole, lasciare che l’allarme e le preoccupazioni determinate da alcuni fenomeni sociali vengano gestite da chi, senza alcuno scrupolo ed etica, alimenta e inasprisce il rifiuto e la cattiveria, oppure, come spesso accade a Napoli, alle forme di controllo del territorio poste in essere dalla criminalità organizzata.
Ed è anche su questo terreno che si gioca parte della scommessa sulla partecipazione e sulle nuove forme della politica che giustamente sono state individuate come una delle priorità su cui basare il progetto della nuova Amministrazione
Le persone, i loro diritti, le loro esigenze di socialità, tranquillità e affetto sono un bene comune da difendere e tutelare. Farlo non è facile, ma la scommessa sta qui. Perché solo città più giuste sono città più sicure. Perché sicurezza e decoro non si possono costruire sull’esclusione e la reclusione di chi è più fragile o “diverso” ma al contrario su un’idea di comunità aperta fondata sul benessere collettivo e il rispetto di ogni persona.

