Dialettiche di genere: un confronto plurale sulla questione femminile

Alcune riflessioni da uomo sulla domanda di prostituzione

A cura di Andrea Morniroli

Di prostituzione si parla molto e spesso, ma il più delle volte in m odo sbagliato. Quando va bene si sta sul luogo comune, stando in superficie.  Quando va peggio con una sorta di narrazione centrata sulla falsità e lì’ipocrisia che finisce per raccontare una rappresentazione del fenomeno e non il fenomeno in quanto tale.

Ma soprattutto, e forse questo è l’elemento di maggior gravità, nei discorsi, nelle proposte, nelle analisi quasi nessuno mette al centro il tema delle persone che si prostituiscono o sono costrette a farlo.  Le donne, gli uomini, le transessuali che lavorano in strada o al chiuso, di volta in volta sono le “vittime”, i “nemici”, i “depravati” ma mai persone riconosciute come soggetti di diritto. Come individui che portano con loro rabbie, ansie, speranze, affetti, sogni.

Ma non è su questo aspetto che intendo soffermarmi nella riflessione ma su un’altra grande rimozione. L’altro grande universo ignorato è quello che riguarda la domanda di prostituzione. Chi compra prestazioni sessuali e cioè i clienti, quei milioni di uomini (perché in stragrande maggioranza di uomini si tratta) che ogni giorno cercano e acquistano prestazioni sessuali.

Proverò, nel mio intervento, a guardare ai clienti partendo non tanto dal mio ruolo di operatore ma da quello di uomo che per lavoro si relaziona con l’universo prostituzione.

Un primo elemento che mi pare importante da sottolineare è che la prostituzione, così come il tema della violenza di genere, non è un fenomeno estraneo da cui difendersi, ma invece questione che a tutti gli effetti parla di noi, di noi maschi e della nostra società; di noi uomini interrogandoci sulle nostre relazioni. Parla della nostra sessualità; del nostro immaginario sessuale; di come nella nostra quotidianità pensiamo e agiamo la dialettica con l’altro genere.

Per altro basterebbe guardare alle statistiche per comprendere come l’universo maschile sia fortemente coinvolto. Si parla, in Italia, di circa 5 milioni di clienti. A Napoli sono circa 500 le persone che ogni giorno si prostituiscono. Se si considera che ognuna di loro mediamente ha 4/5 rapporti a sera vuol dire che nella metropoli campana ogni sera ci sono tra i duemila e i duemilacinquecento clienti. Chi sono? Se si chiede in giro tutti  si affrettano a dire: “Non mio figlio”; “Certo non mio marito”; “Non lo so ma non il mio fidanzato”. Ma non è così, perche da tutte le ricerche emerge che i clienti per il 70% sono mariti e fidanzati……I clienti siamo noi uomini e di questo occorre ragionare se si vuole provare ad intervenire sul fenomeno prostituzione…Altrimenti abbiamo uno sguardo incompleto che non permette di restituire una visione di insieme.  Anche perché tutte le ricerche di settore dimostrano come i clienti siano trasversali per età, estrazione sociale, cultura, professione, stato civile….Insomma si potrebbe dire che per quanto ci sforziamo di negare, in modo diretta o per bocca di altri, i clienti siamo noi uomini e non cosa altra.

E allora se si guarda da tali presupposti e se insieme si ascoltano le persone che si prostituiscono si vede con chiarezza come nel comprare sesso vi sia in primo luogo una visione del corpo delle donne come oggetto da possedere. Come tutto sia rimandato ad un’idea di sessualità femminile come sessualità di servizio. Come in alcuni casi il desiderio maschile sia ridotto ad esercizio autistico del piacere, dove il piacere vero, quello profondo, non sta nella finzione che si svolge intorno all’atto sessuale, ma nell’esercizio del potere, nella ricerca della “preda” che si sceglie passando e ripassando con la macchina, valutando “seni, culi e corpi”, indicando con il dito tu e non tu

Ed è sul tema del potere che si gioca la partita….Come dicono molte donne: “da noi i clienti non comprano la scopata ma il potere di comandare”…..E più la sfera della finzione dilata tempi e contesti, aumentando le dinamiche di possesso, più sono disposto  a pagare…Come, ad esempio,  avviene nella prostituzione indoor, dove la possibilità di poter scegliere ogni volta la stessa donna; i tempi più lunghi, la maggior tranquillità e intimità; il contesto più adatto a liberare fantasie e modalità di fare sesso portano la finzione ad un livello più alto: quella, sempre quella e non donna, non è una prostituta ma un’amante e quindi più mia.

E tutto ciò, tale smania di potere e dominio non trova più freni in una società dove tutto e tutti sono ridotti a merce; dove la violenza, quasi antropologicamente, è stata sdoganata a strumento utile a regolare le relazioni tra differenti; tra forti e deboli; tra uomini e donne, tra grandi e bambini.

Per concludere credo si  possa affermare che se come maschi riuscissimo a guardare alla prostituzione non come cosa altra da noi ma come fatto che ci riguarda e ci interroga, che ci mette in gioco perché richiama alle nostre responsabilità, allora forse riusciremmo, in modo più ampio, a riflettere davvero sulle nostre relazioni con l’altro genere. Forse da qui potremmo trovare anche dosi maggiori di coraggio per affrontare le nostre contraddizioni

In una canzone di Fossati, “la costruzione di un amore” si dice: “la costruzione di un amore, spezza le vene nelle mani. Mescola il sangue con il sudore….”.

Ecco, penso che dalle donne dovremmo imparare a trovare con più continuità il coraggio per affrontare tale fatica senza correre continuamente il rischio di imboccare scappatoie e fughe tutte giocate su piccoli sussulti, veri o presunti, di potere.