Seminario: “Napoli non deve morire” - Napoli 26 marzo
Intervento di Andrea Morniroli
Nella sua introduzione Goffredo Fofi ha definito gli invitati al presente incontro come i “sopravvissuti dignitosi” al disastro del centro-sinistra napoletano.
Lasciatemi dire che come operatore sociale, massacrato culturalmente ed economicamente dalle scelte della politica sia nazionale sia locale, mi riconosco a perfezione nel ruolo di sopravvissuto. Ho invece difficoltà ad affermare con certezza di appartenere anche alla secondo categoria, quella dei “dignitosi”. Lo dico perché in questi anni riuscire a sopravvivere è stato decisamente faticoso, ha costretto a fare i conti con contraddizioni e ambiguità, ci ha portato a percorrere traiettorie non sempre lineari. Per questo, nel dubbio, preferisco non mettermi tra quelli che, certi della loro rettitudine, distribuiscono patenti e voti di idoneità. Preferisco, invece, sperimentare nel fare, nelle pratiche, nuove relazioni e alleanze rapportandomi sul concreto, provando a presentarmi e a riconoscere gli altri non tanto su “quel che si dice di essere”, ma su “quel che si fa”. Non solo in termini di contenuti e scelte, ma anche in relazione alle modalità e alla capacità di dire con chiarezza da che parte si sta.
Fatta questa premessa che mi sembrava necessaria, dico che senso e finalità di questo incontro mi hanno colpito subito in positivo. Soprattutto mi sembra di rilevante importanza il tentativo e la voglia di guardare avanti e non indietro; di superare il solo livello del lamento e della critica, a favore di atteggiamenti propositivi che, se pur non rimuovendo gli errori passati, sappiano proporre proposte di alternativa e cambiamento.
Anche perché in questa città, negli ultimi anni vi è stato un vero e proprio abuso della “lamentela”. In alcuni casi si può parlare di uso “strumentale e professionale della lamentela”. Vuoi per nascondere colpe e incapacità; vuoi per mascherate l’assenza del coraggio necessario ad intraprendere scelte di rottura dal sistema di potere; vuoi, ancora, per prendere con tutta fretta le distanze dai palazzi frequentati magari fino al giorno prima.
Ma la cosa peggiore di questa tendenza alla recriminazione, alla rassegnazione è che a forza di lamentarsi non si riescono più a vedere le tante cose positive che in questi anni non solo hanno resistito, ma hanno costruito luoghi e pratiche positive.
Sono spazi, esperienze, iniziative che hanno posto in essere modalità concrete di resistenza e cambiamento; che hanno elaborato idee innovative, spesso conosciute anche fuori Napoli ma completamente inascoltate in città; che hanno prodotto legami, relazioni, forme di comunità accogliente e solidale.
Per fare alcuni esempi. Sono le reti basse, orizzontali e informali, fatte prima di tutto di persone, che spesso trovo a sostegno dei progetti che intervengono sulla fragilità e la marginalità urbana. Sono persone che, forse perché abituate alla precarietà, all’arrangiarsi, alla fatica di sopravvivere, non si lasciano andare al rancore verso chi è differente o più fragile.
Sono le tante forme di auto-organizzazione, associazionismo e volontariato che nelle periferie di questa città organizzano spazi di aggregazione, offerta culturale, alternative credibili a quelle proposte dall’illegalità e criminalità.
Sono i movimenti per l’acqua pubblica e quelli organizzati dalle “comunità resistenti” che si oppongono alla rapina e all’umiliazione del territorio.
Sono le tante e fondamentali risorse, in termini di pratiche, competenze e approcci alla politica, che esprime con forza il nuovo movimento delle donne. Sono le istanze che vengono rappresentate nelle piazze del commercio equo e solidale, nei tentativi di chi cerca nuove forme di democrazia a Km zero, e nelle forme di partecipazione dal basso mirate al recupero e al ripristino degli spazi pubblici
Sono le lotte degli operatori e delle operatrici sociali che in questi mesi hanno saputo unire la difesa del posto di lavoro alla proposta di una comunità più accogliente e solidale, con al centro le persone e i loro bisogni, basata su un sistema di welfare centrato sui diritti e non sulla carità. Ed in tale esperienza e fatica finalmente hanno riscoperto in modo diffuso la dimensione più politica e di prospettiva del lavoro sociale
Insomma sono un articolato e complesso sistema di movimenti e modalità di partecipazione attiva che, seppur segnato da contraddizioni e da forme precarie di aggregazione e capacità di lavoro comune, rappresentano da una parte un segnale importante di voglia di uscire in positivo dalla rassegnazione, d’altra parte una forma pubblica di volontà di non delegare più a nessuno la propria rappresentanza. Tanto meno a partiti e forme della politica che in questi anni quando è andata bene non hanno saputo ascoltare e quando è andata peggio sono stati arroganti nei modi e nemici nei fatti
In altre parole mi pare che si sia avviato un percorso di “svelamento” di una “degna rabbia diffusa” che prova ad esprimersi e a proporre collegamenti; che sperimenta vertenze e nuove modalità di politica.
Se tutto ciò è vero allora risulta evidente come il problema principale non sia tanto quello, come è scritto sulla locandina che convoca questo incontro, di “svegliare o risvegliare energie positive”, perché quelle energie già si sono svegliate e attivate per conto loro, ma invece quello di assumersi la fatica e la responsabilità di favorire il contatto, di mettere in relazione, di fare cogliere i nodi e gli intrecci. Un lavoro, per altro, da svolgere con delicatezza e attenzione come è obbligo fare con tutte le cose fragili come fragili e delicate sono le esperienze di risveglio e di partecipazione attiva alla cosa pubblica di cui stiamo parlando.
E allora, per tentare di offrire una prima declinazione concreta di tale responsabilità si può provare ad elencare i seguenti punti: in primis andrebbero determinate le condizioni perché spazi come quello di oggi, con la stessa varietà di linguaggi, provenienze e culture, diventino non episodici ma permanenti, senza pretese di sostituire l’esistente, individuando di volta in volta i possibili temi e attività da condividere, evitando forzature organizzative ma, al contrario, utilizzando la flessibilità degli strumenti e delle modalità come processo capace di valorizzare tutte le diverse parti e soggettività coinvolte.
In secondo luogo va aperto un lavoro fondamentale di superamento di quelle logiche competitive, dello stigma preventivo sul lavoro degli altri che in questi anni hanno spesso impedito o portato al fallimento i diversi tentativi di fare insieme, di costruire alleanze, arcipelaghi, reti stabili. Per fare un solo esempio quando ho fatto vedere ad altri la locandina di questo evento, ogni diverso interlocutore mi ha espresso dubbi e cattiverie su una media di almeno 4/6 nomi di quelli evidenziati come relatori (ma quello è stronzo….se c’è lui allora vuol dire che….ma quello vota quello, ecc). Sono sicuro che anche a voi sarà capitato lo stesso e che tra i 4/6 nomi ci sarà capitato anche il mio. Sembra banale, ma questo è uno dei nodi. Come riuscire a fare in modo che la giusta pulsione alla chiarezza; la sana diffidenza che porta alla curiosità e alla saggezza degli accordi, non si trasformi in sterile pregiudizio e non volontà di relazione.
Ancora occorre lavorare e costruire le condizioni di autonomia e chiarezza che consentano alle istanze positive che si muovono in città di non cedere alle chimere della collusione e dei collateralismi con la politica. O meglio, con quella politica che viene interpretata come appropriazione privata della cosa pubblica come presupposto di costruzione di consenso (potere) nella confusione tra diritti e favori. Se da un lato atteggiamenti qualunquisticamente a-politici non servono a nulla e sono dannosi, d’altro lato occorre rapportarsi con la politica in modo autonomo, rivendicando pari dignità e riconoscimento pubblico della propria dignità, pretendendo da essa la piena trasparenza e la piena accessibilità ai luoghi di governo e decisione
Infine vanno considerati due ultimi aspetti. Il primo è che occorre avere la consapevolezza che lavorare per fare incontrare significa decidere di sottrarre tempo e impegni alla propria normale attività, perché le reti non sono mai il frutto di un’improvvisazione ma il risultato di un lavoro lento e paziente. Per secondo che è necessario mettersi in gioco anche rispetto alle proprie modalità di relazione con gli altri. Se, soprattutto come maschi, riusciamo a non fare prevalere logiche di potere e dominio nei rapporti che proponiamo. Anche da quest’ultimo punto di vista, nuovamente dirimente diviene il bagaglio di saperi, riflessioni e pratiche di cui è portatore il movimento delle donne. Un movimento che deve diventare soggetto centrale dei nostri tentativi di proporre e praticare una città che non solo davvero faccia di tutto “per non morire” ma che sia anche capace a proporsi come luogo accogliente e solidale, in grado di favorire relazioni inclusive e di convivenza civile e democratica.

